La storia

Il Basket Bancole: un prete e un canestro

“Ragamuffin Club ovvero il Club degli Straccioni” (Febbraio 1954-Febbraio 2004)
Una “LUNGA GRANDE” corsa… e continuiamo a correre! Era iniziata un sabato sera nel piazzale di S. Maddalena davanti alla nostra Chiesa.
Ricordo ancora distintamente che il cielo era di un blu luminoso grazie ad una grande luna che rischiarava il paese zigzagando fra i contorni delle case e che un vento fastidioso si accaniva sui nostri occhi sollevando polvere e foglie all’interno di fastidiosi mulinelli. Stavamo attendendo in tre, Roberto Gialdini, Giorgio Carreri ed io, l’inizio dell’Adunanza della GIAC (Gioventù Italiana Azione Cattolica) che da lì a poco Don Marino Cani avrebbe presieduto. Avevamo all’incirca dai sedici ai diciannove anni ed ovviamente parlavamo dei problemi tipici della nostra età e già da diverso tempo dibattevamo in quelle adunanze su che cosa si potesse organizzare per aiutare i giovani a “non finire sulla strada” e a portarli anche in chiesa. Quella sera però fra noi tre, il parlare divenne più concitato del solito, infatti volevamo a tutti i costi portare in adunanza una proposta concreta: il contendere era fra la scelta del calcio, della pallavolo e del tennis. Con il calcio veramente ci avevamo già provato misurando con Ennio Guerrini, un grande amico del basket che si rivelò sempre pronto, nei momenti di “magra” e non, ad aiutarci, con intelligenza e bontà d’animo. Il terreno della prebenda, ma il campo non ci stava, il terreno era poco. Rimasero così come alternativa la pallavolo ed il tennis. Dire come e perché si arrivò in seguito a scegliere la pallacanestro, nessuno di noi tre riuscì mai a spiegarlo. Venne comunque finalmente il momento di entrare in sede; alla porta ci accolse l’Irene. L’Irene era la perpetua del prete, una donna decisa che non solo curava materialmente la canonica, ma che seguiva anche con grande attenzione, moralità e fermezza assoluta, tutto ciò che “fermentava” in parrocchia.
Dopo il nostro consueto: “Buona sera signorina Irene!” e un’ accurata pulizia delle scarpe sullo zerbino, ci fece entrare in sede. Dentro trovammo già diversi amici; sul camino ardevano due grandi fascine, la legna grossa a pezzi era riservata solo alle grandi occasioni. Noi tre sapevamo che il Prete era già fortemente intenzionato a fare qualcosa per i giovani e quando Lui decideva, si innescava un meccanismo irreversibile che nessuno poteva cambiare, nemmeno l’Irene, il cui parere egli teneva pure in grande considerazione. Mentre appoggiavamo l’ultima fascina sulle brace, la porta si apri ed entrò Lui, Don Marino. Aveva appena cenato e per un attimo avrebbe tenuto lo stuzzicadenti in bocca mentre pensava, poi, appena deciso il pensiero da tenere, lo stecchino sarebbe volato nel camino. Il suo volto era profondamente scavato, quasi sofferente, le guance erano leggermente arrossate, ma certamente non per il “grande pasto” che consisteva solitamente in fagioli o finocchi con un po’ di carne bianca e mezzo bicchiere di vino da trasporto, cioè il vino comune, poichè il moscato buono che produceva nel brolo lo risparmiava per la S. Messa e per le grandi occasioni. Nel frattempo anche l’ultima fascina aveva preso fuoco, lanciando alte fiamme che si arrampicavano su per il camino. Nella stanza, illuminata vivacemente dal fuoco, le ombre si stagliavano nette sui muri ed io potei notare che l’abito talare del Prete aveva qualche toppa di troppo e che il tabarro appoggiato sulle spalle non era da meno. Non potevo astenermi dal pensare che quel Prete dava tutto il suo ai poveri, che mangiava male e che proprio lui era più povero dei poveri che aiutava amorevolmente. Ci salutò affabilmente. Il suo era un sorriso sereno, quasi a sembrare senza pensieri. Ci fece accomodare tutti in piedi attorno al tavolo e recitammo l’Ave Maria. Al termine ognuno prese posto a sedere sulle panchine ed egli iniziò ad esporre il suo pensiero. Quella sera ci parlò dell’aborto sottolineando le tematiche religiose, morali e sociali connesse e particolarmente si dilungò sul valore della vita, su come si dovesse viverla, sino ad arrivare alle nostre vite e guidando le riflessioni sul come e sul che cosa avremmo dovuto e potuto fare per vivere degnamente da Cristiani. A tale punto seguiva la discussione durante la quale ognuno avrebbe potuto esternare le proprie riflessioni o esprimere la propria opinione. Tutti i sabati però succedeva la stessa cosa: si incominciava a parlare pacatamente, ma poi si finiva in un crescendo agitato, con Lui che restava apparentemente impassibile, con il volto pallido, ad ascoltarci e a cercare di capirci singolarmente e non c’era pericolo che intervenisse nemmeno quando “l’agitato” di turno passava in piena “tempesta”. Eravamo un gruppo numeroso, abitualmente in venti, ma a volte si raggiungevano anche le trenta unità e Don Marino rappresentava il nostro leader indiscusso, sempre equamente prodigo di attenzioni verso tutti, indistintamente, anzi, così insofferente ai privilegi affettivi, che ogni eventuale tentativo di avvicinarci a Lui più di un altro, era da egli stesso considerato un errore, una ingiustificata mancanza di altruismo. Per questo motivo riscuoteva la nostra unanime ed incondizionata stima e gli eravamo molto affezionati. Comunque quel famoso sabato, dopo innumerevoli riflessioni religiose, morali, e di vita, cercando di dare corpo e forma alle esigenze di tutti i giovani, verso mezzanotte riuscimmo ad approdare alla scelta di costruire un campo da basket, forti di un buon numero di sostenitori. Bisognava però sentire che cosa ne pensasse Lui che, nel frattempo, ascoltandoci, era diventato pensieroso. Incominciò quindi a parlare molto lentamente e muovendo le labbra in modo appena percettibile, ci disse che era incredulo e perplesso circa la nostra idea.
Incredulo in quanto il costruire noi da soli un campo da basket, era da ritenersi un’impresa troppo sproporzionata alle nostre possibilità, perplesso perchè per accogliere la nostra proposta avrebbe dovuto togliere la terra a Luigi Martinato, il suo fittavolo e perché da lì a poco sarebbero iniziati anche i lavori del salone S. Pio X, la casa per le suore e l’asilo parrocchiale. Aggiunse anche che tutto ciò avrebbe comportato grosse spese e preoccupazioni. Tuttavia consultò la Curia Vescovile, Luigi e più a lungo se stesso, quindi ci confessò, incontrandolo nel piazzale: “Santo Cielo a mi mia fat dormar!”. Il sabato successivo dopo l’Ave Maria disse: “Parliamo del campo…provate…vedremo cosa saprete fare!”
Come risposta alla sua fiducia, organizzammo subito un gruppo addetto ai lavori nominando presidente Roberto Gialdini coadiuvato da tutta una serie di responsabili. Dopo un sopralluogo con Guido Bonora che livellò il terreno, si passò direttamente a lavorare con picconi, vanghe, badili, carriole e qualche tumarel per spostare la terra. Si scavò una grande “piscina” di seicento metri quadrati e profonda un metro, un lavoro pazzesco che agitò non poco l’ambiente parrocchiale e non. Il prete non ci fece elogi, ma ci raccomandò semplicemente: “Fate attenzione a non farvi male, siamo appena agli inizi!”. Riempimmo il piazzale con una montagna di grossi ciottoli, presi con una montagna di altri più piccoli che successivamente furono sistemati nella “piscina” aggiungendo ghiaia grossa e fine e poi sabbia grossa e fine e così via. Adriano Bonora con dei getti continuò a far piovere acqua sul campo fino a quando tutto si assestò. Il sottofondo era fatto! Il Prete con noi continuava a fingere indifferenza, ma l’Irene ci riferiva quanto in realtà fosse soddisfatto dei nostri sforzi seppure anche molto preoccupato che qualcuno si infortunasse.
Per proseguire i lavori e asfaltare il campo non c’era però una lira, perciò ci autotassammo, alcuni con cento lire la settimana, altri con cinquanta, ma anche così i soldi non erano sufficienti e non potevamo ricorrere ai fondi del prete che doveva già sostenere le spese per il costruendo salone S.Pio X e tantissimi altri oneri. Adesso diremmo: “Questo è un bel problema, cuma fema?”. Lasciammo fare al nostro entusiasmo esercitando tutta la nostra fantasia ed anche un pizzico di incoscienza giovanile. Pensammo infatti di costituire una filodrammatica che potesse divenire una fonte indiretta di sovvenzione. Anche questo progetto però, seppure modestamente, andava finanziato, per cui in una successiva adunanza preparammo un piano, per quei tempi molto originale ed ambizioso, per recuperare materiali idonei all’allestimento del palcoscenico. Ricordo che mentre uno dei responsabili lo illustrava, a qualcuno di noi scappava da ridere per l’audacia che rasentava l’incoscienza e lo stesso Don Marino dondolava la testa e sorrideva. Il piano consisteva nel promuovere una grande raccolta di alberi, portarli in segheria, ricavarne legname e soldi per costruire il palcoscenico. Contemporaneamente si pensava a come dare vita ad una filodrammatica che fosse pronta a debuttare al momento opportuno. Quel sabato sera non avevamo acceso il fuoco e faceva freddo, ma neppure il progetto riuscì a riscaldarci… l’ansia ci aveva preso nostro malgrado, consapevoli che, dopo il progetto del campo, creare un palcoscenico, dovere recitare e fare soldi era forse troppo! Cose da pazzi!
Fu in quel periodo che tutto il nostro gruppo partecipò ad un ritiro spirituale, vicino a Bosco Fontana. Fu un momento di grande introspezione, sulla nostra tranquillità interiore, sulla necessità di essere più pazienti e più riflessivi per comprendere pienamente il significato della carità cristiana intesa come dono e sacrificio verso il nostro prossimo. “Fare qualcosa per gli altri” diceva Lui. Quel ritiro rimarrà scolpito nella mia mente anche perché lì conoscemmo Ferdy, Ferdinando Grandi, con il quale approfondimmo le tematiche dell’amicizia, senza sapere che in seguito egli stesso avrebbe avuto una parte determinante nella vita del nostro gruppo. Il ritiro ci aiutò anche a capire come avrebbe dovuto essere impostata la nostra organizzazione. Fu costituito parallelamente alla GIAC un gruppo sportivo che avrebbe organizzato e seguito tutti i lavori programmati: ricercare il legname, allestire il palcoscenico, organizzare la filodrammatica e asfaltare il campo da basket. Don Marino nei nostri confronti si attivò in tutti i sensi, ma soprattutto curò la nostra formazione, voleva infatti che tutto il gruppo rimanesse unito e contemporaneamente che coloro che si approntavano a dare vita al Gruppo Sportivo fossero preparati ad accogliere altri giovani aiutandoli a riflettere sui valori e ad interpretare adeguatamente le personali problematiche adolescenziali. Noi del Gruppo Sportivo fremevamo perché tutto fosse pronto per giocare, Lui invece assiduamente ci preparava per far giocare! Diceva con forza: “Prima di ogni struttura materiale è assolutamente necessaria una struttura umana e mentale che ne sappia gestire gli sviluppi e tutte le conseguenze!” E così fu! Si erano in tal modo fissate le regole e i valori irrinunciabili che segnavano chiaramente la strada da seguire per potere aspirare a lavorare per gli altri. Gli agricoltori, erano tanti, accolsero tutti benissimo le nostre richieste e ci diedero le piante, molte piante, senza economia. In loro trovammo sempre una spontanea e significativa attenzione verso i problemi dei giovani, “scarpa grande cervello fino!” Cornelio Parise, geniale e mite, si prese a cuore la costruzione del palcoscenico, aiutato da altri amici. Walter Salvarani e Piero Gemelli, due persone stupende, una volta convinti a collaborare, furono così coinvolti nella direzione della filodrammatica che, quando a breve si fece la prima riunione, avevano già scelto i testi. Arrivò il momento: bisognava fare gli attori! In aprile e maggio le due rappresentazioni registrarono un grande successo di pubblico: la gente si sedette persino sulle finestre! Il prete ci aveva fatto sì una grande pubblicità, ma i parrocchiani erano anche curiosi di vedere e capire che cosa stessero facendo “al Pret e i su putei!”
Dei due direttori, uno, il Piero, recitava con noi, rallentando con grande sensibilità le nostre emozioni, il Walter invece stava fuori a dirigere il tutto con grande maestria. Un calorosissimo e prolungato applauso pose fine all’esperienza e ci portò in cassa quasi tutti i soldi necessari per asfaltare il campo da basket.

E il giorno in cui ciò avvenne, fu per ciascuno di noi memorabile! Il Prete, tramite noi, aveva di fatto nettamente definito ed avviato quello che rappresentava il suo scopo primario, sempre ostinatamente seppure discretamente perseguito: allungare l’ombra del campanile quale ombrello protettivo per i giovani e non. Quel famoso giorno c’eravamo tutti ad accogliere i mezzi della ditta Cristoforo Milani, in una giornata che sembrava restare senza tramonto per la nostra intima ed infinita soddisfazione, per l’incredibile gioia e per la presenza del nostro Prete che aveva condiviso con noi ogni momento. E’ emblematico sottolineare che, “San Cristoforo” come definimmo in seguito Milani , contagiato dal nostro collettivo entusiasmo, non ci chiese mai più a saldo le duecentomila lire che gli dovevamo e che a conti fatti non avevamo. Un paio di mesi dopo, Gianni Bonora,Eliseo Lena e James Bassi arrivarono inaspettatamente sul campo con i canestri costruiti nella cantina di Eliseo a Villa Maria. Con un manuale della casa editrice Hoepli, segnammo il campo e ci fu anche qualche iniziale timido tentativo di fare canestro con un vecchio pallone da calcio con la “cursola”! I primi canestri della nostra storia! Ora avevamo il campo, ma nessuno di noi conosceva una seppur minima regola o fondamento del gioco del basket … e da lì inizia un’altra storia che dura tuttora.

Il professore Gino Arvati e Piazzola, di quest’ultimo ricordo che lavorava alle poste ma non più il nome, vennero alternativamente ad insegnare ai giovani e a noi tutti il gioco della pallacanestro. Gino Arvati era il presidente del comitato provinciale FIP e Piazzola un giocatore in una squadra cittadina. Si diede vita al G.S. ARDOR. Con Gianni Bonora ci sforzammo ed impegnammo al massimo nei primi tentativi di allenare, ma in due non facevamo per uno! Fortunatamente fra i giovani che iniziarono c’era Enzo Bacchi, detto Bachin che, prima come giocatore, poi come allenatore, diede inizio al vero basket incidendo per altri quindici anni, con il suo superbo lavoro, sui progressi tecnici del G.S. L’attività che avevamo avviato, seppure minima, creò subito dei problemi all’interno del nostro gruppo originario visto che si andava formando una nuova realtà di cui bisognava prendere atto e considerando che il prete con i “su putei” aveva sviluppato maggiormente l’attività dell’oratorio. Alcuni di noi quindi, pur rimanendo attivi nell’Azione Cattolica, confluirono, forti di quei principi, a lavorare per i giovani nella neocostituita ARDOR, altri invece scelsero di rimanere solo nell’Azione Cattolica. Don Marino anche di fronte a questa realtà fu all’altezza della situazione: le novità non lo spaventavano, anzi, il nuovo con tutte le sue implicazioni, rafforzava le sue attenzioni e lo
faceva diventare un gigante. Non faceva una piega, andava come un treno, nessun problema lo scoraggiava. Quando capiva che avevamo bisogno di “besi” perché c’eravamo per il collo, diceva: “Confessati qualche volta in più, santo cielo benedetto!” Durante la “confessione” voleva essere informato di tutto e alla fine, oltre all’assoluzione, arrivava anche una busta con dentro quello che poteva. Ma nessuno doveva sapere ! Ora però, dopo cinquant’anni, è giusto invece che si sappia! Il Prete fu così il nostro primo sponsor, poi vennero le ACLI con il loro circolo, in seguito arrivò l’Ing. Alessandro Carnevali con la Pioggia Carnevali e anche questa è parte di un’altra storia.
Il gruppo di A.C. come tale stava esaurendo una parte della sua missione. Ora doveva fare da supporto morale e favorire una crescita cristiana priva di pregiudizi o peggio ancora di quelle “invidie” che serpeggiavano anche allora fra i frequentatori della parrocchia. C’era infatti e c’è ancora il mero controllo di quante volte si andava in chiesa e di quante volte si faceva la Comunione, come se nostro Signore fosse un Ragioniere! E le intenzioni!? E la spiritualità silenziosa ed intima!? Questo ovviamente per noi non doveva e non poteva essere una comoda e spicciola scorciatoia per “saltare” impunemente la S. Messa e non ottemperare ai nostri obblighi cristiani. Per non litigare le due anime del nostro gruppo alla fine trovarono un compromesso: ognuno con il suo tempo libero avrebbe fatto quello che riteneva più opportuno o consono alle sue prospettive. Don Marino sapeva benissimo quello che faceva, doveva favorire l’apertura del G.S. all’esterno, senza condizioni o preclusioni per nessuno. Praticamente il suo gruppo iniziale si sarebbe scisso in due gruppi paralleli e non in contrapposizione, l’Azione Cattolica e l’Ardor, quest’ultimo caratterizzato più fortemente ad uscire dal perimetro parrocchiale, aperto a chiunque fosse fortemente motivato ad operare per e con i giovani, creando per loro alternative valide alla strada. L’Ardor Bancole esordì con Piero Gemelli presidente e nelle prime formazioni si annoverano nomi che, se mai entrarono nella leggenda sportiva nazionale, segnarono tuttavia l’inizio di quel fenomeno che chiameremo la “Stirpe”, intendendo definire con questa parola chiunque nel gruppo fu di fatto non solo presente, ma soprattutto portatore ed esempio di quei sani principi che motivavano le nostre azioni, come fecero inizialmente Roberto Gardusi, Enzo Bacchi, Silvano Spinazzi, Gianfranco Grandi, Giuseppe Bonora, Giuseppe Baroni ed altri ancora. Roberto divenne allenatore, consigliere e per 35 anni ricoprì la carica di presidente del sodalizio, divenne I.C.: il Capo, un uomo straordinario. Enzo giocò per molti anni, poi diventò per lungo tempo allenatore, Anche Silvano fu giocatore molto bravo, poi allenatore, dirigente e in seguito sempre pronto per il suo G.S. Gianfranco, detto Ciga, risultò atleta di notevoli capacità, successivamente consigliere e ancora oggi socio fondatore della fondazione Don Cani e sempre pronto ad aiutare, come Giuseppe Bonora, buon giocatore distintosi oltre che per le sue doti umane, per la disponibilità continua anche dall’esterno. Giuseppe Baroni, fu un grande come giocatore, con una incredibile capacità al tiro, soprattutto piazzato, quanti tre punti se allora ci fosse stato il nuovo regolamento! Quando era in giornata vinceva da solo le partite: croce e delizia, più delizia che croce, allena ancora, una colonna!
Il 22 giugno 1958, venne in visita pastorale il vescovo della Diocesi Monsignor Antonio Poma; era la sua prima visita pastorale da quando era stato nominato vescovo a Mantova e per la parrocchia bancolese questa venuta rappresentò un onore. Egli impartì il sacramento della Cresima a 150 bambini ed inaugurò per prima la scuola materna parrocchiale, che, affidata alle suore iniziò a funzionare il 15 luglio dello stesso anno. Don Marino ci aveva messo i suoi soldi e con l’aiuto della popolazione locale si era pervenuti alla felice e attesa realizzazione che ora, riceveva anche la benedizione ecclesiastica. Successivamente il vescovo inaugurava anche il “nostro” campo da basket annesso all’oratorio e la costruzione fu intitolata a “Gerardo Gatti”, un giovane amico del nostro gruppo, scomparso prematuramente; una notizia tremenda poichè Gerardo era un amico eccezionale di tutti! Nel 1960 l’Ardor mise in bacheca il suo primo trofeo vincendo il Campionato primi cesti; fra i giocatori ricordiamo Franco Bedori, attuale dirigente del B.B. e della Fondazione Don Marino Cani, un altro della “stirpe”. Il tempo scorreva velocemente, così come l’insorgere di necessità sempre più specifiche, tanto da dovere accelerare la nostra capacità progettuale per organizzare e realizzare il nuovo che avanzava! A poco a poco entravano nel gruppo nuove figure: prima Gianni Aldrighi (Strina) e Massimo Salvarani e dopo un certo periodo anche Edgardo Buoli e Riccardo Manfredini. Cambiarono gli incarichi, per dei brevi periodi si alternarono alla presidenza Giovanni Matoti, Massimo Salvarani, Edgardo Buoli ed infine stabilmente Roberto Gardusi. Strina, ancora oggi dirigente del G.S., fu la forza propulsiva che mancava per sollecitare l’azione e per litigare anche con le ombre… ma i lavori bisognava farli perciò la sua concretezza si rese indispensabile! Massimo, un giovane pieno di entusiasmo grazie alla sua sensibilità ed intelligenza progettuale, lasciò il segno. Edgardo, diede inizio ad una fase di basket nuovo, concepito come espressione di un gruppo moderno e organizzato: diede l’anima e il cuore ed ancora è sulla breccia! Riccardo, visse esperienze così variegate da fortificarlo tanto da divenire un punto di riferimento indispensabile in momenti di magra, un uragano! Fu profugo, studente, aiutante di cucina della madre nel ristorante di proprietà “Stazione di S.Antonio”, giocatore, reclutatore di altri giocatori. Laureatosi in chimica, frequentò il MIT di Boston… insomma un grande che grazie alle sue intuizioni, solo per poco mancò la realizzazione di una palestra tutta nostra. La “stirpe”, attraverso tutte queste figure di ragazzi¬uomini, si stava allargando e consolidava le sue radici sempre più in profondità. Don Marino ci vedeva alle riunioni del G.S. Bancole, ma giustamente andava oltre il fatto sportivo, non rinunciava al suo compito di fare apostolato, anche con i nuovi e seppure dolcemente, rimproverandoci, aveva cambiato il suo solito motto in un “Santo cielo benedetto… la S.Messa!” richiamando la nostra attenzione ai doveri cristiani.
“La Pioggia che non cade dal cielo è… Pioggia Carnevali.” Questo era lo slogan che circolava quando nel 1960 si installò a Bancole la fabbrica che allora risultava essere l’unica grande realtà del nostro comune e per certi aspetti lo è ancora oggi. Nel 1965 avemmo la nostra intuizione più grande condivisa e discussa con Massimo Salvarani: bisognava cercare lo sponsor. Dopo aver avuto il benestare da Don Marino, andammo all’appuntamento con l’Ingegnere Alessandro Carnevali, appuntamento procuratoci da maici fidatissimi. Ci eravamo rivolti a diverse altre aziende, ma tutte ci avevano rifiutato contributi o illusi per poi ritirarsi con giustificazioni varie, più o meno credibili. La Pioggia Carnevali fu fondata dal Cavalier Giovanni, il papà dell’ingegnere Alessandro, dopo avere fatto il rappresentante della ditta Mais di Suzzara consociata dell’OM che produceva prodotti per l’irrigazione. Quando la ditta Mais cambiò tipo di produzione, lui iniziò in proprio, al Dosso del Corso, a produrre i materiali per la sua Pioggia Carnevali (1949/1950), fino a quando nel 1959 costruì lo stabilimento attuale sulla statale Cisa a Bancole. I prodotti della Pioggia furono e sono ancora esportati in tutto il mondo. L’incontro con l’ing. Alessandro Carnevali, a 22 anni già in azienda di famiglia, lavoro e studio, laureato a Friburgo in ingegneria idraulica, fu di breve durata, ma intenso. Dopo essere stati annunciati dal centralinista, il Signor Quinto, comparve l’ingegnere. Il suo viso serio sembrava dirci, “niente scherzi” oppure, “non si incomincia neanche”, e in piedi iniziammo il nostro colloquio. Ci chiese un programma, volle sapere un po’ della nostra storia, poi improvvisamente cambiando espressione ci spiegò : “Debbo andare all’estero per lavoro, ci vediamo qui da me fra 15 giorni alla stessa ora… buongiorno” e mentre si allontanava velocemente, aggiunse: “A gh’ è mia dl’atar temp da perdar!” Don Marino sembrva sapesse già l’esito dell’incontro perchè trattando l’argomento con distacco, precisò che a quel punto si sarebbero dovuti consultare gli organismi parrocchiali per un parere vincolante per tutti noi su una eventuale sponsorizzazione esterna. Rivolgendosi a noi: “Voi intanto preparate tutti i vostri programmi, cercate di capire le spese e…” fissandoci entrambi più intensamente ci raccomandò “imparate a non chiedere una lira in più del necessario.” La sua morale era insistente e severa: “Chiedere sempre solo quello che serve e farlo bastare!” I quindici giorni stabiliti passarono velocemente e l’ingegnere ci ricevette di nuovo nel suo ufficio al primo piano: ricordo ancora che erano le 18.30. Questa volta ci fece accomodare, lui sulla sua poltrona, appoggiato allo schienale, rilassato, senza fretta, e questo era un buon segno! “E’ possibile” esordì “abbiamo pensato che è possibile!” Aveva usato il plurale perchè parlava a nome di tutta la famiglia. Diede un’occhiata al nostro programma poi ci comunicò la cifra messa a disposizione per la nostra attività. Non c’era da scialacquare, ma potevamo finalmente iniziare un momento storico. Massimo ed io ringraziammo, salutammo e insieme ce ne andammo camminando sull’aria. Quella sera fu importante per noi e con l’Ingegnere si combinò un sodalizio che esiste tuttora. Seguirono momenti di grande agitazione: “gli straccioni”, come ci definivamo noi ricchi di idee ma con le tasche sempre vuote, adesso avevano anche uno sponsor ufficiale. Il Prete riferì l’avvenimento al Consiglio parrocchiale e i capifamiglia vennero informati, sancendo così ufficialmente la nuova realtà.
In occasione di un torneo notturno, il primo in assoluto, con un’illuminazione fantastica ad opera di Gianni Bonora, conobbi Guido Bertoli, dirigente del S. Egidio ed arbitro del CSI. Un grande, del quale conservo il ricordo di tantissimi episodi anche esilaranti avvenuti durante le partite che arbitrava, delle sue prese di posizione, dei suoi pionieristici articoli sulla Gazzetta di Mantova e di tutto quello che sapeva di Basket. A volte nascevano anche contrasti d’opinione, ma poichè ci volevamo bene, si faceva pace velocemente, rifuggendo da posizioni orgogliose e poco cristiane; e come allora la sua presenza ci fu fedele, così lo rimarranno nei suoi confronti il nostro ricordo, la nostra stima ed un sentimento di gratitudine! Guido è stato per tantissimi anni punto di riferimento assoluto del Basket a Mantova: era il Basket. Lo ha amato con passione vera, senza interessi privatistici o privilegi per alcuno, tranne che quelli utili a sensibilizzare l’ambiente e il movimento in generale. A proposito di Guido vorrei aprire una parentesi per citare questo episodio. L’ing. Carnevali dopo dieci anni di sponsorizzazione, ebbe la necessità di fare pubblicità alla sua azienda in occasione della Fiera a Cagliari: ci andammo, perciò, in aereo per disputare una partita amichevole con l’Itavia (14/05/1975 ore 21 – Palasport di Cagliari). Noi “straccioni” in aereo! Un’esperienza straordinaria, fu bellissimo tutto quello che avvenne in quelle due giornate. Il mattino successivo la partita, il 15, mi svegliai prestissimo, erano esattamente le 5.45: avevo dormito solo due ore e mezzo! Avevano fatto rumore tutta la notte, erano stati tutti incontenibili e c’è mancato poco che si avvisassero i carabinieri. In silenzio mi vestii, i miei compagni di stanza dormivano ancora, finalmente potevo uscire a respirare tranquillamente dell’aria di mare… e chi ti vedo? Il Guido Bertoli, affettuosamente per tutti Guiber, che mi veniva incontro apostrofandomi: “eh… ma quel Giani, i tu putei i na fat da tuti i culur!!!” Quasi scoppiai a ridere e lui accortosi aggiunse: “Veh at s’è n’imbecile cuma lur! ” “Guarda Guido che ti avevo avvertito di non andare nella stanza con Osvà (Osvaldo Senesi)” “Ma dig cal vaga anca lu, al m’ha mis al dentifricio in d’ ureci cl’ imbecili! ” Ci abbracciammo con grande risata e andammo a fare colazione con tutti gli straccioni!
Il via alla sponsorizzazione fu dato dopo una riunione per me molto particolare per le persone autorevoli che vi avrebbero partecipato: erano presenti oltre a me, Guido Gardusi, Walter Salvarani, Massimo Salvarani, Piero Gemelli e Don Marino Cani. Insieme riassumemmo i “termini dell’uscita” del basket dai confini della Chiesa! Nel 1965 il G.S. Basket Bancole si affiliò ufficialmente alla FIP con il numero di iscrizione 00328. Partecipammo al Campionato liberi CSI ed iniziò la “marcia” nei campionati FIP con la I° divisione. E’ del 1965 l’entrata nel Gruppo sportivo B.B. di Corrado Carlotto; Don Marino Cani si interessò subito per trovargli un posto di lavoro e ci riuscì alla Pioggia Carnevali. Corrado si distinse da subito per la sua ferrea volontà e per l’attaccamento nei confronti di noi tutti, anche se in particolare modo seppe stabilire rapporti affettivi con me, con il maestro Gialdini, con Roberto Gardusi e con Edgardo Buoli, poi divenne il nostro Capo. Con il passare del tempo l’opera di Corrado si dimostrò essenziale ed ancora, oggi, come molti di noi, considera il Basket Bancole una seconda famiglia.
Don Marino non intese mai confondere l’A.C. con il gruppo sportivo del Basket. Lui voleva solamente portare la gente, e i giovani in particolare, in chiesa, a sentire il Verbo e la morale cristiana. A quei tempi per i preti fare apostolato era difficile, alcune volte più di altre, ma lui si arrangiava da solo senza coinvolgere nessuno, rispondendo e sollecitando le coscienze dal pulpito. Fu un prete che pagò sempre e solo di “tasca propria”, soffrendo in silenzio, anzi elevando la sofferenza stessa come sacrificio e dono a Dio. Sapeva benissimo che se non ci fossimo aperti a tutta la comunità, tutto il lavoro svolto fino ad allora sarebbe stato inutile… addio apostolato! “Proponetevi a tutti con il medesimo spirito con il quale abbiamo costruito il campo da basket!” I suoi suggerimenti rappresentavano l’espressione semplificata di un messaggio cristiano molto più profondo ed impegnativo!
Nella nostra storia oltre a Luigi Martinato e alla Lidia, la sua signora, entrarono anche Gioelo Pasqualini, il sagrista, la madre, la Siura Adele e la Carolina Lucchini. Luigi e la Lidia tenevano a noi come fossimo dei figli e ci aiutavano in ogni nostra necessità. Erano due persone buone e sensibili che volevano bene a tutti. Anche la Siura Adele e Gioelo erano sempre a nostra disposizione, con l’acqua calda per sgelare il campo, con la scopa, con gli stracci per asciugare. Di Gioelo ricordo la sua morale cristiana, la sua sensibilità e l’ intelligenza con cui trattava anche le più semplici questioni. Seguiva Don Marino con discrezione ed umiltà e fu apprezzato da tutta la comunità bancolese che gli dimostrò il suo attaccamento anche in occasione del suo matrimonio con la Signora Maria Parise. La Carolina per noi era un’altra mamma che come teneva al figlio Remo, teneva a tutti noi, con infinita bontà e disponibilità. Il tempo scorreva veloce, e dopo circa dieci anni, nel 1965/66, Carriola rifece il manto del campo che si era rovinato dopo una grande nevicata e un periodo di gelo: allora si giocava all’aperto! Sempre in quel periodo, nel settembre del 1966, Livio Parise tornò dal servizio militare: un ragazzo d’oro che con Roberto Gialdini e Don Marino, “imbarcammo” nella nostra meravigliosa avventura. Livio da allora in poi ha continuato a rafforzare la “stirpe” iniziata già nel ’54 da suo fratello Ferdinando e da tutti i suoi cugini. Nel 1969, a tredici anni, cominciò a giocare con noi Romano Erbisti, che nel 1974 entrò a far parte del team Basket Bancole con un gruppo di giovani che affiancava il GS; successivamente divenne consigliere ed essendo dotato di grande ponderatezza, ricoprì sempre incarichi di particolare rilievo, fino ad assumere due anni fa la presidenza in sostituzione di Roberto Gardusi. Dal 1969 fu tutto un moltiplicarsi di esperienze ed ognuno a seconda delle proprie competenze o possibilità si adoperò per contribuire ad uno sforzo comune. Sussistevano infatti un’infinità di necessità collaterali al gioco della pallacanestro di uguale rilevanza, come scrivere articoli per i quotidiani locali, costituire un giornalino societario, fare radiocronache e telecronache, mantenere i rapporti con le famiglie e con il territorio e il tutto veniva vissuto con spirito di servizio ed altruismo. Tante tuttavia furono lungo il percorso le arrabbiature, le divergenze, le aspettative o le concezioni di come fare sport, ma sempre, al di sopra di tutto e di tutti venne salvaguardato il messaggio guida del nostro prete ispiratore: l’impegno a non fare mai della nostra attività un fatto privato, oppure una platea tecnica pura e semplice, perchè sarebbe stato estremamente contrario ai presupposti per cui ci eravamo costituiti come gruppo sportivo che doveva aiutare i giovani. Tanti furono anche gli allenatori che si diedero da fare per interpretare questo magnifico gioco nel quale è racchiuso un grande segreto: la prevenzione di malattie dello scheletro, del corpo e della mente. Prevenire non solo le patologie fisiche ma anche quelle mentali, che derivano dal disagio e che conducono troppo facilmente alla al disordine psico-fisico. Gino Arvati, Piazzola, Lucio Ferretti, Gianni Bonora, Giovanni Matoti, Roberto Gardusi,Enzo Bacchi, Giuseppe Baroni, Spinazzi Silvano, Riccardo Manfredini, Osvaldo Senesi, Ernesto Romanini, Erio Aguzzoli, Livio Bosi, Paolo Rapetta, Mario Mezzadri, Paolo Pavesi, Massimo Tosini, Luciano Puhar, Alberto Menozzi, Mario Carreri, Giovanni Adami,Fabio Grespi, Claudio Pavarotti, Dario Masenelli, Marilena Ceruti, Nadia Dalzini, Alberto Grassi, Davide Cenzato, Luca Molinari, Paolo Morelli, Enrico Morelli, Maria Grazia Palmieri, Alessandra Morelli, Ivano Gazzola, Stefano Trazzi, Emanuele Grandi, Claudio Albertini (istruttore nazionale Mini Basket), Giampietro Corridori (istruttore regionale Mini Basket). Fra tutti costoro, Osvaldo Senesi è stato il nostro allenatore più longevo, restò infatti con noi per oltre un decennio e fu colui che incise maggiormente nello strutturare tecnicamente il GS. Basket Bancole; fu per questo motivo che allora ci sembrò ancora più opportuno dargli la possibilità di aggiornarsi frequentando un raduno fra i “santoni” del basket americano, tenutosi a Pocono (Filadelfia) da Bill Foster. Tutti gli altri invece, sulle orme di Enzo Bacchi, privilegiarono l’apprendimento dei fondamentali e la tecnica di gioco.
Nel ’70/’71 la Vigor, nostra rivale cittadina, rinunciò alla disputa del campionato maggiore: i suoi giocatori vennero perciò tutti a Bancole e si potè formare una squadra “da sogno” che disputò il campionato di Promozione. Nel ’72/’73 con Enzo Bacchi allenatore, dopo una finale ripetuta due volte a Crema, gestita dalla zona di Bergamo, dopo reclami e controreclami, ottenemmo la promozione in serie D. Gli atleti di allora erano: Giancarlo Grossi, Fausto Zuccoli, Adolfo Carra, Giovanni Rossi, Massimo Tosini, Vittorio Ferrarini, venuti dalla Vigor più i bancolesi Giovanni Adami, Giuseppe Baroni, Paolo De Stefani, Stefano De Stefani, Bruno Spinazzi, Roberto Farsoni, Luciano Puhar, Sergio Arrigoni. Conseguentemente alla neopromozione, l’Ing. Carnevali avrebbe voluto defilarsi con una bella lettera al Buoli, ma… tutto ormai lo aveva conquistato e riconfermò la sua sponsorizzazione. Continuammo così a giocare come Pioggia Carnevali. Nello stesso periodo la Luisa Adami affiancò Edgardo Buoli nella segreteria e vi restò fino al 1988 quando si sposò con Renato Caravati, altro dirigente sempre disponibile in ogni circostanza. La Luisa fu bravissima, imparò velocemente e diede sempre il massimo delle sue competenze, rafforzando notevolmente con il suo contributo ” la stirpe”. L’incarico passò quindi a Marco Quaini un altro personaggio celebre che diede il cuore e tutto quanto aveva di talentuoso, un genio! Era già entrato nel gruppo sportivo anni prima assieme a Giovanni Zanardi e a Carlo Raffaldini, entrambi molto importanti nella vita del GS. Zanardi fu una radice della stirpe: per diverso tempo scrisse gli articoli sulla Gazzetta di Mantova per la prima squadra, mentre ora è il cuartore dei siti internet G.S. Basket Bancole e della fondazione. Anche Carlo scrisse articoli e divenne per un periodo amministratore del GS. Attualmente ricopre l’importantissimo incarico presso la FIP di Dirigente Responsabile del Basket Bancole. A questi giovani si aggiunsero anche Alberto Grassi, Dario Masenelli e Davide Cenzato, tutti nostri ragazzi che, quando smettevano i panni di giocatori, decidevano di restare comunque nel gruppo per offrire gratuitamente ad altri il loro tempo, le loro cure e le loro conoscenze. Alberto Grassi, buon allenatore, dotato di volontà e signorilità come pochi, guidò la prima squadra e quando si rese necessaria la sua presenza nelle squadre giovanili, non interpretò la richiesta come un declassamento, ma si mise a disposizione senza obiezioni affermando : “Questa è la mia società… andiamo avanti!” Anche in seguito non si sottrasse mai a nessun incarico ed ancora oggi con la sua presenza rafforza il senso di appartenenza, di continuità e di responsabilità. Dario Masenelli come allenatore fu una forza della natura, sempre pronto; dette tutto se stesso senza mai risparmiarsi, con professionalità e competenza. Bravissimo! I due “Cen”, Davide e Francesco Cenzato, allenatore il primo, dirigente il secondo, si distinsero entrambi per la grande volontà. A Francesco, troppo prematuramente scomparso, rivolgiamo ciò che custodiamo nei nostri cuori, un tenero ricordo e un immutato rimpianto per tutto quello che di suo ci regalava ogni giorno!
Tornando a noi, Senesi con Bacchi iniziò ad allenare la squadra di serie D, poi Enzo si dedicò alle squadre giovanili e Osvaldo rimase, come si diceva, per lungo tempo allenatore della prima squadra. E’ nello stesso periodo che si iniziaa parlare di una palestra nostra da costruire sul beneficio parrocchiale, idea geniale di Riccardo Manfredini su progetto del Geometra Eliseo Lena. I capitali furono chiesti al credito sportivo che però rispose picche in quanto le parrocchie non rientravano fra gli enti aventi diritto a tale forma di finanziamento.
Tuttavia, se il Credito sportivo disse “no”, l’ingegner Carnevali e il Sig. Roberto Gandellini, risposero “sì”! Posero delle condizioni intelligenti: per un periodo volevano essere i proprietari della palestra e della superficie, ma solo per un periodo, poiché era loro intenzione successivamente donarci tutto; in cambio ci avrebbero chiesto la disponibilità per sé di qualche ora settimanale per potere giocare a tennis. In tali condizioni c’era bisogno dell’autorizzazione della Curia Vescovile trattandosi di una costruzione sul beneficio parrocchiale. Don Marino si impegnò a fondo, ma praticamente l’ufficio amministrativo stabilì che si sarebbe dovuto fare una specie di referendum fra tutti i capifamiglia della parrocchia! Don Marino abbassò il capo e per un certo periodo rimase molto amareggiato. Disse però in seguito con serenità: “Spiace moltissimo, ognuno però ha delle regole alle quali è comunque vincolato.” Noi comprendemmo un po’ meno le sue spiegazioni, ma sta di fatto che i tempi erano comunque maturi, era scritto che dovevamo andare in mezzo alla gente, fuori dal perimetro parrocchiale… e così avvenne. In quel tempo, verso la fine degli anni 70/72, conoscemmo il Sindaco Ermanno Orlandi. Venne ad un Consiglio direttivo degli amministratori del circolo ACLI e vide i ragazzi che stavano allenandosi sul nostro campo. C’era mezzo centimetro di brina sulla rete di recinzione; il sindaco non aveva mai visto nulla di simile e da quel momento prese a seguirci nelle nostre attività finchè nacque, grazie ad una sua fine sensibilità, una grande amicizia. Condivise le nostre intenzioni ed insieme si parlò anche della necessità di dotarci ormai di un’attrezzatura più idonea e compatibile con lo sport della pallacanestro. Iniziò con Ermanno una corsa contro il tempo a 360 gradi: si ricorse all’aiuto di politici, amici, e non, si fece di tutto di più! Al riguardo rimane un grande ricordo del soavese Fulvio Previdi: logica ed intelligenza! Il giorno 11 novembre 1971 il progetto venne portato in discussione al Consiglio comunale e venne approvato: il Sindaco, il vice sindaco Roberto Trentini, l’Ingegner Giannantonio Ferrari ed Edgardo Buoli iniziarono l’iter burocratico della pratica. Fu estenuante: da Mantova a Roma, correre, rifare pratiche all’infinito, finchè arrivò l’approvazione del Credito Sportivo. Nel ’72/’73, nel frattempo, la FIP aveva emanato una normativa che stabiliva che dal campionato di serie D successivo si sarebbe potuto giocare solamente su un campo al coperto. Poiché noi non l’avevamo ancora, l’anno successivo disputammo le partite a Moglia di Gonzaga, presso la palestra della Scuola Media. Due allenamenti suddivisi fra le palestre a Mantova e il campo all’aperto, poi un allenamento e la partita a Moglia. Erano 40 chilometri all’andata e 40 al ritorno ogni volta, con nebbia, cattivo tempo, responsabilità e tant’altro. La corsa per costruire il palazzetto divenne perciò frenetica, con Orlandi, Trentini e Loris Dall’Oglio a sollecitare il costruttore Ennio Pedrazzoli che “bisognava darci dentro.” Ennio Pedrazzoli si diede veramente da fare e si rivelò un grande uomo, un lavoratore instancabile. Paolo De Stefani, la nostra promessa, venne ceduto alla squadra di serie A Pinti Inox di Brescia e con questa cessione, arrivò un po’ di ossigeno sul piano economico. Nella primavera, se ricordo bene, ad una cena al ristorante Frizzi, oggi Granaio, presenti l’Ing. Carnevali, il Sindaco Orlandi, il vice sindaco Trentini, tutto il CdA e tanti ragazzi, Don Marino prese la parola e rivolgendosi agli amministratori comunali disse loro: “Noi abbiamo fatto tutto quello che era un dovere, ma adesso sono arrivati veramente tant ragazzi, perciò dopo vent’anni Vi cedo il testimone perché possiate predisporre strutture più adeguate per continuare l’attività per i nostri giovani!” Don Marino con le sue parole sentenziava così la fine di un’epoca pionieristica, ma mai del nostro collegamento con lui; la sede per le nostre riunioni infatti, alle quali partecipava sempre portando il suo pensiero così prezioso e inconfondibile, restava sempre in parrocchia, dove si poteva. Si riporta, da una pubblicazione del G.S. Basket Bancole in occasione del “Secondo trofeo Comune di Porto Mantovano” organizzato dal G.S. Basket Bancole Pioggia Carnevali nei giorni 18-20-22-24 giugno 1974, a testimonianza del fervido movimento giovanile che si stava diffondendo e giustamente sottolineato da Don Cani: “…una considerazione merita il gruppo giovanile denominato Team Basket Bancole, coordinato dai dirigenti Roberto Gialdini, Giovanni Matoti e dall’allenatore Adriano Battaglia, formato da giovani di ambo i sessi nell’aprile del 1973 con il compito di:
• affiancare il B.B. per tutte le necessità organizzative;
• rappresentare una base di partenza per creare nuovi dirigenti per la continuità del B.B.;
• aiutare i dirigenti nella conduzione del B.B.;
• eseguire lavori sugli impianti.
Nonostante le critiche che vogliono i giovani scostanti,
nell’annata sportiva 1973-1974 il Team ha svolto un ruolo importante dentro il Basket Bancole rivelandosi indispensabile ed è perciò che segnaliamo i componenti del Team che si sono distinti: Gianni Farsoni, Guido Cantoni, Ermes Bosi, Annalisa Fava, Anna Maria Babetto, Luciano Lodi, Paolo Busi, Gianni Busi, Fabrizio Benedetti, Romano Erbisti, Ruggero Vaccai, Daniele Melotti, Paolo Rapetta, Fausto Ponti, Roberto Farsoni, Gerardo Righelli, Gina Paloschi, Gianni Cavalmoretti, Claudio Canevari, Rubes Canevari, Luisa Adami, Antonio Di Padova, Giuseppe Di Padova, Remo Ponti.”…
Il ’74/’75 finalmente fu l’annata sportiva durante la quale, dal novembre, entrammo nel nuovo palazzetto; la partita d’inaugurazione fu contro lo Stradella Pavia. Si registrò un grande successo di pubblico, ci fu grande festa e sulla Gazzetta di Mantova, Werther Gorni titolò così l’evento: “Grazie agli uomini di buona volontà!” Il S. Pio, con la sua prima squadra, confluì nel B.B.; Mario Carreri, un bravo allenatore soprattutto sui fondamentali individuali, ci portò Claudio Albertini, Marco Carra e Santini, seguiti ad un anno di distanza da Massimo Bellini, il Tato.
Marco Carra, un play dal sicuro avvenire, un’intelligenza ben superiore alla media, ci lasciò per una grave malattia. Una grande tragedia, un dolore mai sopito, una figura che nessuno di noi dimenticherà mai! Claudio e il Tato, divennero due degni protagonisti della fortuna del Basket Bancole e ci sarebbe da scrivere un libro solo per loro. I motivi? Perché Claudio successivamente si inserì come istruttore di Minibasket, contribuendo a dare prestigio al nostro gruppo, mentre il Tato, diventato medico, non smise mai di aiutarci, lo fa ancora per chiunque abbia bisogno di un supporto professionale. Durante il periodo in cui veniva costruito il palazzetto, entrò a far parte del G.S. un altro della grande della stirpe, Dino Zanca che seppe inserirsi con incisiva concretezza consentendoci un salto di qualità notevole. Ebbe una grande modestia nell’apprendere e fu sempre disponibile per chiunque gli chiedesse un aiuto. Nel gennaio del 1975 si svolse proprio nel palazzetto, al completo in ogni ordine di posti, un’ importante tavola rotonda sul tema della ginnastica preventiva. Furono relatori i Professori Mario Gandolfi e Domenico Battistini, primari rispettivamente dei reparti di ortopedia traumatologica e di pediatria all’Ospedale “Carlo Poma” di Mantova. La loro relazione tendeva a dimostrare attraverso dati statistici, che la pratica del minibasket concorreva alla prevenzione delle malformazioni scheletriche da cattiva postura, molto frequenti nei bimbi in età scolare, ma non solo, dimostrarono anche come tale attività fosse propedeutica alle altre pratiche sportive e quanto favorisse la crescita dell’autostima, del senso di responsabilità e la socializzazione. Il professor Mario Gandolfi che avevo incontrato con l’Artura Luppi, a quei tempi responsabile del Minibasket, segnò la nostra fortuna: infatti, proprio lui, chirurgo, insigne studioso e professore universitario, abbracciò e nobilitò la nostra causa in tutti i modo possibili. Fu sempre a nostra disposizione in ogni momento, per visite, consulti consigli, e tutto quanto fosse nelle sue possibilità di esperto clinico. Si comportò con lo stesso zelo anche il dott. Alfredo Mossini, non solo studioso e chirurgo di fama, ma anche persona eccezionalmente legata alla comunità bancolese e riferimento prezioso per le nostre famiglie. Divenne amico e promotore della fondazione Don Marino Cani. Ad entrambi, in due diverse occasioni consegnammo come testimonianza della nostra riconoscenza e stima, il bisturi d’oro. Sempre per quanto riguarda il supporto medico, è doveroso segnalare anche la consulenza professionale continua e preziosa del dott. Giuliano Ponti, medico oncologo e agopuntirista di fama, nostro medico sociale che in molte circostanze ha recuperato fisicamente molti atleti infortunati facendo veri e propri “miracoli”. Costruito il palazzetto, ebbe grande impulso anche l’attività del minibasket che nell’annata sportiva 1975/76 raggiunse le 170 unità. In tanti si alternarono alla guida di questo settore: Alfonso Gelati, Carmen Ferroni, Artura Luppi, Laura Cottica. La Laura, già da tempo nostra dirigente, che si occupa della stampa scrivendo per noi sulla Gazzetta di Mantova e preparando i commenti per Radiomantova e responsabile del giornalino societario, dal 1985 al 1995 mise tutta se stessa nell’organizzazione del minibasket, imprimendo quei valori e quell’organizzazione che durano tuttora. Rappresentò un personaggio di grande spessore morale che mise tutte le sue energie al servizio del B.B.: un’altra della stirpe! Fu sostituita da Edgardo Buoli e Roberto Gialdini che si distinsero in questo settore dove ancora operano.
Gli istruttori agli inizi furono i nostri stessi giocatori, quelli più volonterosi e preparati: Roberto Farsoni, Giovanni Adami, Paolo Rapetta, Luciano Puhar, Roberto Manfredini, Mario Mezzadri, Giuseppe Baroni. Più tardi, si riuscì ad impegnare stabilmente istruttori diplomati ISEF e istruttori minibasket a livello regionale o nazionale; fra essi menzioniamo Alessandra Morelli, Maria Grazia Palmieri, Claudio Albertini, Giampietro Corridori, Alberto Grassi.
Il 15 novembre 1975 Don Marino Cani lasciò la cura della parrocchia per raggiunti limiti di età: era con noi dal lontano 1939, quindi l’uscita di scena del nostro maestro di vita cristiana lasciò il segno. Ci invase un profondo sconforto che nel tempo si concretizzò quando anche noi nei primi anni novanta ci dovemmo spostare dai locali della nostra Chiesa di Santa Maddalena per occupare una sede diversa da dove avevamo iniziato a muovere i primi passi nel sociale. Questo trasferimento, quando divenne operativo, avrebbe confermato in modo inequivocabile il venire meno, seppure simbolicamente, dell’ombrello protettivo della parrocchia e avrebbe stimolato in ognuno di noi l’intima consapevolezza di dovere incrementare gli sforzi per conservare e salvaguardare i valori “antichi” nati sotto il campanile! Tornando all’uscita di scena di Don Marino, constatammo che, dato il mutare dei empi, l’attività come noi l’avevamo concepita ed impostata, non rientrava più nei programmi tsociali della Parrocchia, orientata a sviluppare prevalentemente l’attività dell’oratorio. Nel frattempo tuttavia noi continuavamo ad operare con fiducia ed entusiasmo e con sempre gli stessi valori. Consapevoli ormai che fra i nostri giovani la pratica sportiva si era consolidata e che per quanto riguardava le nostre finalità essa costituiva sotto tutti i punti di vista un mezzo corretto per farli stare insieme, comprendemmo tuttavia che dovevamo migliorarci nell’offerta formativa per corrispondere più compiutamente e in modo più stimolante alle loro aspettative. Introducemmo così gli aggiornamenti. Nel luglio del 1975 Gianfranco Lombardi tenne a Bancole uno stage della durata di una settimana. Le sue lezioni rivolte ai tecnici, ai dirigenti e ai giocatori (ne parteciparono più di un centinaio), servirono per misurarci con la mentalità dei grandi clubs. Con il Dado, per una settimana fu una festa continua non solo per la sua competenza tecnica, ma anche per la spiccata carica umana. Infatti egli, seppure famosissimo giocatore di serie A, ex nazionale ed ex olimpionico, si rivelò fuoriclasse anche come uomo, seppe dimostrarci simpatia, autoironia, stima ed amicizia!
L’anno successivo, nell’aprile del 1976, ripetemmo l’esperienza con l’americano Dan Peterson, un santone del basket che fu nostro ospite per un pomeriggio memorabile. A seguire, nel luglio dello stesso anno, si tenne anche un grande Campus diretto dall’americano Dennis Ozer, allenatore della Jolly Colombani di Forlì e nuovamente ritornò per l’occasione anche Gianfranco Lombardi. L’avvenimento ebbe grande risonanza sulla stampa locale data l’eccezionalità del protagonista e l’alto livello del contenuto tecnico e furono molti i partecipanti provenienti anche da diverse società extra muros. Fu nostro ospite anche Riccardo Sales, tecnico validissimo di varie formazioni di serie A, B e della Nazionale Femminile, cresciuto al centro Cardinal Shuster di Milano. Era ed è dotato di grande signorilità ed umanità…un Lord. Con il Dado, seppure dai caratteri completamente diversi, rappresenta per noi un grande insegnamento in tutti i sensi della vita sportiva e non.
Il campionato 1976/77 si svolse in due tempi: vincemmo una prima fase molto difficile mentre nella seconda fase, con una grande partita a Ravenna, acquisimmo il primato alla pari con il Jollycolombani di Ferrara; fu, perciò, necessario uno spareggio per la promozione in serie C che disputammo a Reggio Emilia, nella palestra Maccalè. La squadra si trovava già in loco in ritiro e per il pubblico bancolese si preparava una grande trasferta. Il 15 maggio nel tardo pomeriggio, con il lutto al braccio per la scomparsa dell’amico Loris dall’Oglio, allora consigliere comunale e assessore alla Pubblica Istruzione, ma soprattutto un caro amico che ci aiutò in tante circostanze con onestà ed affetto, la squadra della Pioggia Carnevali vinse lo spareggio e il quotidiano “Stadio” sabato 21 maggio 1977 riportò: “Mantova 20: con l’exploit di Reggio Emilia si è conclusa la brillante stagione agonistica di una giovane società mantovana, “il Pioggia Carnevali” di Porto Mantovano, che ha conquistato la promozione in serie C. Sul campo neutro di Reggio, “il PioggiaCarnevali” ha superato la tenace resistenza del “Jollycolombani Ferrara” nello spareggio per la promozione. La formazione mantovana si è imposta col punteggio di 71 a 66. Una grossa soddisfazione per questa simpatica società, che ha saputo darsi una solida struttura…”
La formazione che battè il Jollycolombani era costituita dai seguenti giocatori (fra parentesi i punti realizzati): Stefano De Stefani (11), Carlo Rota (7), Giovanni Adami (10), Mario Mezzadri (7), Massimo Tosini (12) Luciano Puhar (2), Adolfo Carra, Claudio Albertini (10), Massimo Bellini, Roberto Manfredini (12); allenatore: Osvaldo Senesi, aiuto: Paolo Rapetta.
Bravissimo Osvaldo, ma pure Paolo Rapetta proveniente dal nostro vivaio giovanile, si rivelò prezioso e di grande avvenire come allenatore. Gli “straccioni” erano arrivati in serie C , una serie C unica a livello nazionale. Questa vittoria però per noi dirigenti, nonostante la legittima ed intima soddisfazione, non rappresentò un trionfo completo sapendo quali problemi sarebbero derivati da questa nuova realtà: problemi di adeguamento sia mentale che agonistico a nuovi standard di competitività e in concreto soprattutto di natura economica. Gli atleti che avevamo a disposizione erano tutti bravi e da qualche tempo era arrivato Carlo Rota, scoperto da Edgardo Buoli, un giocatore che però per giocare da noi doveva “macinare” diversi chilometri! La fortuna, come spesso in altre occasioni, ci aiutò perché essendo in squadra con Carlo anche Mario Mezzadri, una grande mente cestistica che sapeva distinguersi in tutti i ruoli, sua madre, la signora Lina fece per noi una piccola, ma grande cosa che ci aiutò moltissimo, ospitò Carlo a casa sua come fosse un figlio! Una pietruzza colorata nel grande mosaico della solidarietà.
Nell’estate del 1977 arrivò anche Paolo Mazzoni, il Macio, un ragazzo che segnò il suo tempo come trascinatore per l’innata carica agonistica, ma soprattutto noto per i profondi affetti che lo legarono a molte persone del gruppo. Purtroppo nel 1989 dopo un’altra promozione in serie C, con Paolo sbagliammo a non dargli la fiducia che avrebbe meritato. Infatti arrivò un altro pivot e lui giustamente ci chiese di lasciarlo andare. Commettemmo un grande errore, una tremenda scivolata sul piano degli affetti, dello stile e della strategia del nostro gruppo. L’annata sportiva successiva retrocedemmo e fu una brutta ed amara esperienza che ci costrinse a rivedere i nostri programmi e a farci autocritica. Si capì che per mantenere intatte anche le dinamiche relazionali e le nostre priorità, era forse più opportuno essere i primi degli ultimi che non gli ultimi dei primi. Ma quando succede di essere promossi alla serie superiore, acquisita sul campo e non per giochi di politica sportiva, lo si deve accettare come fatto sportivo a se’, fa parte del contesto stesso al di là delle intenzioni. Con la retrocessione pertanto si verificò una ricaduta di acidità su tutto l’ambiente e come spesso accade c’è sempre la fuga di qualche sponsor, giocatore, allenatore, dirigente, pubblico, il tutto alla faccia dello sport che ti impone con la sua logica semplificata, le promozioni e le retrocessioni!
Nel febbraio 1978 tutto il gruppo consigliare del B.B., oltre 20 persone, si riunì per una fase di studio a Peschiera sul Garda presso l’Hotel Cristallo. Dai confronti emerse la necessità di arrivare ad avere più spazi nel palazzetto, di avere a disposizione una nostra personale attrezzatura, un “posto” che ci connotasse in modo più preciso. Si iniziava come gruppo un ragionamento particolarmente sensibile e difficile. Eravamo puliti in tutti i sensi ma eravamo “degli straccioni”, sempre senza una lira e volevamo volare troppo in alto! Tanti episodi bellissimi e delusioni si sono alternati nello scorrere del tempo fino ad un grande e bellissimo atterraggio. Don Marino Barbieri arrivato in parrocchia il 16 novembre 1975 al posto di Don Cani, ci lasciò il 31 agosto 1978, trasferito a Castiglione delle Stiviere lasciando un profondo vuoto. Dopo un inizio scoppiettante si era stabilito un grande rapporto, aveva saputo con il suo sorriso e le sue buone maniere accattivarsi la fiducia di tutti. A Don Marino Barbieri subentrò il 20 settembre 1978 Don Antonio Salvato. Questi, studioso, apprezzato professore di latino e greco al liceo, arrivò in punta di piedi. Niente sfarzosità, profondamente prete umile e concreto, in pochi anni riuscì a dare forma ad un’organizzazione parrocchiale moderna e trasversale in tutti i settori. Noi lo vedemmo come un Don Cani moderno con una profonda attenzione per i giovani che voleva e vuole sempre attorno a sé e coinvolti in tutte le attività a loro rivolte. Questo suo faticoso lavoro organizzativo, unito alla continua opera di apostolato, lo privò del tempo che noi, ritenendolo accomunato ai nostri intenti per i giovani, reclamavamo invece a larghe dosi, per un inconscio desiderio di ritrovare un filo interrotto con la fine di Don Cani e per ritrovare quel dialogo che sempre ci aveva mantenuto sulla retta strada dei valori cristiani. Noi, dal nostro canto, cercammo di interpretare con profondo rispetto l’insegnamento che don Antonio mandava dal pulpito e dovunque si trovasse. Ancora oggi sappiamo che ci è vicino spiritualmente ed abbiamo imparato a “raggiungerlo” e a fare nostro il suo messaggio. Profonda emozione e frutto anche del suo instancabile lavoro furono l’ordinazione di tre sacerdoti bancolesi: Don Giovanni Parise, Don Sandro Barbieri e Don Nicola Gardusi, quest’ultimo uno dei nostri, uno della stirpe e del quali siamo tutti intimamente orgogliosi. Il 7 gennaio del 1980 moriva Don Marino Cani. Scompariva il nostro capo spirituale e colui che ci aveva insegnato il senso cristiano del DONARE. Nel 1981 Il Sindaco Ermanno Orlandi si dimise dalla sua carica. L’amico, l’uomo del palazzetto, l’umile fornaio che ci aveva permesso di sognare, l’uomo delle trasferte con sua moglie, la signora Carla, l’uomo che ci preparò una gigantesca cesta di panini di tutte le dimensioni e per tutti i gusti in occasione della famosissima trasferta infrasettimanale di Lecco (dove ottenemmo una delle più grandi e strepitose vittorie della nostra storia), diventava con noi un cittadino comune che lasciava trasparire e condivideva profonde emozioni. Come ogni volta che avveniva un distacco importante, ci sentivamo nuovamente nudi ed indifesi. Tuttavia, come deve essere nella logica delle cose, dopo un inizio tutto in salita, una salita abbastanza lunga per la verità, il nuovo primo cittadino Remo Pezzali ci mise anche del suo per confezionarci un buon abito. Orgogliosi noi, orgoglioso lui, riuscimmo comunque a trovare un buon dialogo tutto a favore dei giovani. Purtroppo siamo scivolati più di una volta a favore della prima squadra, anche se con motivazioni che ci sembravano valide o prioritarie e a lui questo non piaceva affatto, e giustamente. Voleva e vuole innanzitutto i ragazzi delle giovanili e i minibasket alla base della nostra attività. Anche Pezzali ci seguì nelle trasferte importanti e seppe sostenerci nei momenti particolari come quando si parlò di Fondazione. Il campionato ’82/’83 fu l’ultimo disputato con la maglia della Pioggia Carnevali; anni bellissimi da ricordare, un bellissimo rapporto con l’Ing. Carnevali che in una rara intervista nel 1975 aveva dichiarato alla domanda: “I suoi rapporti con i dirigenti preposti come sono?” “Più che cordiali perché basati sul reciproco rispetto, io non metto il naso nella conduzione societaria poiché, lo ripeto, mi fido ciecamente, come gli stessi risultati mi sollecitano a fare, e così la nostra collaborazione si estrinseca in perfetta armonia. Se dal mio fiancheggiamento ricavo un po’ di simpatia ciò mi basta, sono felice così.” Il Basket Bancole rimase comunque legato all’ing. Carnevali che restò, a sua volta, un cosponsor della società, e da quel momento, in suo onore, assunse la fondamentale denominazione di “G.S. Basket Bancole Pioggia Carnevali”.
Iniziò una grande attività per trovare un altro sponsor, interessammo tanti amici, Roberto Trentini arrivò con la notizia: “Rivolgetevi alla Tre Elle Lampadari”. Con Edgardo Buoli incontrammo per la prima volta il Sig. Pierangelo Moratti con il quale, successivamente, si arrivò a concludere una sponsorizzazione di cinque anni, dal 1983/84 al 1987/88. Si rivelò una grande operazione anche per le persone che incontrammo, sensibili e buone! Pierangelo e la sua Signora Naires diventò un nostro grande amico e tifoso. L’altra famiglia, i Taliani, comproprietari della Tre Elle, si dimostrarono altrettanto disponibili. Con Piero e la Naires si stabilì un legame unico con tutti noi. Spettacolare fu la presentazione dello sponsor davanti alle vetrine della Tre Elle con un buffet come solo si può vedere in televisione: noi straccioni con tavoli imbanditi di ogni prelibatezza, con il Sindaco Pezzali, l’assessore Alberto Guandalini, gli atleti, i genitori e il nostro Consiglio al gran completo. In quell’occasione presentammo la squadra e il nuovo allenatore: Ernesto Romanini. Osvà, dopo dieci anni lasciava, e la sua partenza sollevò scalpore ed emozioni intense: ad Osvaldo, infatti, volevamo e vogliamo tutti bene: è una persona che ha saputo interpretare al meglio i nostri valòori tanto da essere nominato socio consigliere a vita: due solo i casi fino ad oggi, Osvaldo e Piero Moratti. Con la Tre Elle furono cinque anni stupendi in tutti i sensi, grande attività a livello di Minibasket, giovanili e di prima squadra che mancò la promozione per un soffio. Nei cinque anni si alternarono alla guida della tre Elle Romanini, di nuovo Osvaldo Senesi coadiuvato da Fabio Grespi, il prof. Erio Aguzzoli. Quest’ultimo lo avevamo conosciuto quando allenava il Carpi. Era il primo allenatore che veniva da “fuori” e fu un bell’impatto che fece notizia. Si rivelò una persona seria preparata, di una sensibilità e gentilezza uniche. Lasciò un bellissimo ricordo anche per la sua umanità.
L’ultimo anno della sponsorizzazione Pioggia Carnevali, successe un fatto molto importante. Quando nel 1978 a Peschiera stabilimmo che avremmo cercato di avere un nostro “posto” e un impianto tutto nostro, non fu un “volare troppo alto”. Amici intelligenti perseguirono questo scopo come vitale fin quando nel 1982 un carissimo amico, Ferdinando Grandi, conosciuto tanti anni prima ai ritiri spirituali, ci donò un appezzamento di terreno importante! Le conseguenze furono determinanti perchè tramite quel terreno sarebbe sorta in seguito la Fondazione Don Cani! Il Prete con i suoi valori ed insegnamenti ci seguiva ovunque, era sempre presente e sempre lo sarà! Ci accusavano di strumentalizzarlo, noi, parafrasando rispondiamo: “Ai posteri la sentenza!” Le pratiche burocratiche della donazione, su indicazione dell’Ing. Carnevali, furono seguite dal notaio Stanislao Cavandoli che ci aiutò in tutti i modi divenendo anche il vice presidente della Fondazione e un amico promotore: la sua presenza ci onora! Certo fra noi dirigenti la destinazione d’uso di quel terreno non fu subito chiara e definita, ma la maggioranza, ampissima, di giovani e anziani del gruppo, rimase coerente ai principi originari. Avevamo preso una decisione e così doveva essere, andava rispettata. Il capo, i consiglieri Edgardo, Livio, Romano, Renato, fecero da diga: il Dino gasato, voleva già la “sua” palestra. Seguimmo i suggerimenti di Sergio Genovesi, un altro che rappresenta ormai la stirpe! A volte sembra quasi che Sergio sia con noi dalla notte del febbraio del 1954 tanto è inserito nel nostro DNA. Il terreno fu intestato al G.S. Basket Bancole Pioggia Carnevali. Purtroppo Ferdy non vide la nascita della fondazione, lasciando un vuoto profondo e un grande ricordo. Tuttavia la famiglia Grandi continuò con Ale (Ing. Alessandro Grandi) a sostenere la vita della Fondazione. Una grande Famiglia che ringraziamo sinceramente per il supporto, sempre dimostratoci.
Nel 1986, morì l’Irene: sul nostro giornalino fu ricordata come “Il Curato” di Don Marino Cani e “il guardiano del faro”. L’Irene la vedevamo ovunque e per noi non era nè la perpetua né la serva del prete. Era una donna brava e pia, infaticabilmente a disposizione di tutti e sempre pronta a difendere Don Marino (anche se, a onor del vero, Lui sapeva difendersi benissimo anche da solo!). Lasciò un gran vuoto per tutto quello che ha saputo rappresentare nel nostro mondo di giovani un po’ troppo intraprendenti ed un pizzico incoscienti. Terminato il meraviglioso periodo concordato, la Tre Elle ci rimase vicino per tanti anni ancora, aiutandoci in tutti i modi ed è ancora con noi. Iniziò la nuova ricerca di un altro sponsor; momenti delicati e questa volta fu Sergio Genovesi che con una gran volata finale trovò la ICIP. Per firmare il contratto, noi Straccioni, il 18 novembre ’89 sedemmo al megatavolo direzionale con megapoltrone davanti al dott. Raul Milani, direttore della raffineria, all’ing. Turganti, all’ing. Ballabbio, al geom. Mario Canuti, capoufficio del personale (un grande che ci aiutò moltissimo) e ad una nostra vecchia conoscenza, il rag. Claudio Lugli, dirigente del settore amministrativo. L’impegno dell’ICIP durò sei anni, grazie anche e soprattutto all’impegno degli amici Paolo Caleffi e del geom. Fabrizio Canuti. In questo quinquennio, nel primo anno ’88/’89, fu cosponsor la macelleria Tessadri. Fabrizio fu ed è un vero amico. Ci fu la consueta ed emozionante presentazione degli sponsor a Villa Schiarino allapresenza dei dirigenti dell’ICIP, delle autorità, del sindaco Pezzali, di Sergio Genovesi e di tutti noi. Purtroppo l’amico Mario Canuti che tanto credeva nei giovani, ci lasciò troppo presto lasciando un grande vuoto per la profonda umanità che ci aveva dimostrato. Il primo anno con Livio Bosi allenatore centrammo subito la promozione in C a Salsomaggiore. Grande festa a Soave nella magione di Fabrizio Tessadri. Nell’89/90 con lo stesso allenatore, retrocedemmo; nel frattempo come cosponsor trovammo il Consorzio Latterie e ciò fu una grande occasione. Fausto Rabbi e Achille Paloschi ci spiegarono le strategie fondamentali, Giancarlo Bianchini, il Bianco, mi accompagnò a Casale dal Conte Carlo Pietrobelli, vicepresidente del Consorzio stesso. Quello che accadde fu un incontro importante, avvenuto in circostanze che già lasciavano intendere molto di quello che sarebbe stato nel futuro. Il Dottor Pietrobelli era in piedi dalle quattro del mattino e stava controllando il suo bestiame. Il colloquio fu brevissimo, si ricordò insieme Don Marino Cani, parroco a Casale dal 1930 al 1939 e “Noi possiamo essere interessati solo all’attività in favore dei giovani, vedremo cosa potremo fare”. Andò tutto bene: in seguito conoscemmo il direttore del Consorzio, prima il dott. Nizzola, poi, il dott. Vito Orsatti, l’attuale. Quest’ultimo si dimostrò sensibile ai problemi dei numerosi giovani partecipanti alle varie attività e che ancora partecipano e capì immediatamente che la sua Azienda, aiutando noi, poteva indirettamente aiutare molti giovani a migliorarsi, a studiare e ad essere pronti per entrare nel mondo del lavoro, con buoni risultati. Le motivazioni c’erano tutte per fare e per iniziare un’intelligente collaborazione che dura tuttora. Nel ’90 morì Ermanno Orlandi, nostro sindaco dal ’70 al ’81. Un grande dispiacere per tutti noi e un ricordo che non si è mai affievolito. Nel novembre del 1990 Angeretti tenne un corso per i nostri allenatori aggiornandoli sui fondamentali individuali. Il primo ottobre 91 morì Ivo Tescaroli, Ivan Tescovic come lo chiamavamo e fu come se una parte di noi ci lasciasse avendo compiuto un lungo percorso e avendo lui stesso dato, come segretario organizzativo, un notevole impulso e miglioramento all’aspetto societario del nostro gruppo sportivo. Valente tecnico, fu aiuto di Osvaldo Senesi; allenò la squadra promozione, allenò a Mantova il Vulcano e fu presidente del Comitato provinciale della FIP. Uno della stirpe che rinforzò la base del gruppo. Nel 91/ 92 ancora con la denominazione ICIP Burro Virgilio e Bosi allenatore, Mario Blasone e Sergio Scariolo in due diversi momenti tennero lezioni di fondamentali individuali e di squadra.
All’inizio del 1992 cominciò a delinearsi l’idea di costituire la Fondazione Don Marino Cani. Il terreno donato dal Ferdy venne venduto, si acquistò alla Cà Rossa Villa Vettori da Amedeo Bonora (che ringraziamo ancora per averci facilitato la transazione). In primavera iniziarono i lavori di ristrutturazione su studio e progetto gratuito dell’Ing. Massimo Trivini Bellini al quale ci aveva raccomandato l’amico Alberto Guandalini dal quale ricevemmo un aiuto instancabile ed importante. L’ing. Trivini fu nominato a vita consigliere della fondazione.I lavori furono eseguiti dalla ditta Lavagnini di Soave con Renato Lavagnini responsabile dei lavori ed ora amico, promotore e consigliere della Fondazione stessa. In quel momento un aiuto importante fu quello che giunse dall’ENICHEM tramite il direttore Dott. Alberto Fogli, il Signor Ezio Testoni e il Dott. Carlo Rastrelli. Quest’ultimo sedette per diversi anni nel Consiglio della Fondazione, mentre i primi due parteciparono all’inaugurazione della Fondazione. Fu una grande soddisfazione, anche personale, quando, firmato il protocollo d’intesa fra il Basket bancole e l’ENICHEM, il dott. Mario Moro, che nel lontano 1960 mi aveva assunto alla Montedison, ci consegnò il contributo. Con i lavori ci impegnammo in prima persona, tutti, o quasi, alla morte! Più lavoravamo noi, meno lavoro rimaneva all’impresa e conseguentemente meno soldi avremmo dovuto spendere. Nonostante tutti i nostri sforzi, rimasero da pagare all’impresa 95 milioni di vecchie lire. Impiegammo cinque anni per saldare, ma alla fine con Renato e Franco Lavagnini si fece festa e si festeggiò proprio la FINE DEI DEBITI! Ci diede una mano anche l’Ing. Gianluca Ferrari, figlio dell’Ing, Giannantonio Ferrari: continuava ladinastia, prima il padre ora il figlio, ad aiutarci a favore dei giovani. Gianluca, infatti, venne nominato vicepresidente vicario della Fondazione ed è una colonna portante! All’unanimità decidemmo di eleggere Sergio Genovesi presidente della fondazione ancora prima che questa fosse riconosciuta legalmente. C’era per la verità un altro problema non da poco: a quell’epoca Sergio era sindaco di Mantova. Con Luca Molinari, un pomeriggio torrido, appena pranzato, ci recammo davanti al suo studio per aspettarlo e potergli parlare. Attendemmo a lungo, ma… trenta, quaranta minuti cosa importava pur di parlargli? Finalmente arrivò. “Beh, ma cosa volete??…Ma no dai, anche qua!? Io non ho tempo,…ho da fare!”. Luca ed io ci guardammo perplessi e poi guardammo lui che era arrivato su una bicicletta da donna, aprì il portone, la porta del suo studio, poi nonostante le iniziali obiezioni ci fece accomodare. “Dai, cosa volete?” Gli parlammo allora della nostra idea, gli chiedemmo inoltre se potevano sorgere degli impedimenti dalla sua carica di sindaco… “Ma come, sbottò, non ho ancora accettato e già mi testate, io l’ho sempre detto che siete dei pazzi…ed io qui a darvi anche retta! Ci penserò!” “Sergio, guarda che non puoi, noi abbiamo già deciso, ci sono da fare…anzi ci sono dei documenti gìà pronti con il tuo nome!” Ci guardò sconcertato, si appoggiò allo schienale, ci fissò seriamente poi sorrise: “Am son mia sbaglià, a sì mat e mi cun vualtar!.. Dai fatemi vedere!” Lesse e poi ci raccomandò che fosse tutto in ordine, suggerendoci di parlarne anche con Stani, il notaio Stanislao Cavandoli, poi ci congedò raccomandandosi che lo tenessimo informato. Con noi ci fu da subito nell’avventura della Fondazione l’ing. Millo Dall’Aglio: a lui si deve se è stata legalmente riconosciuta, poiché altri ci illusero, ma lui no. Promise un giorno: “Vedrai che per il tuo compleanno sarà tutto in ordine!” Veramente grande, infatti con un giorno d’anticipo, il 14 gennaio 1993 la Fondazione ebbe il suo riconoscimento giuridico. L’11 febbraio dello stesso anno si riunì in Fondazione il primo Consiglio di Amministrazione presieduto dall’Avvocato Sergio Genovesi e alla presenza dell’Ingegnere Alessandro Carnevali, presidente onorario. Il Basket Bancole aveva così costituito una sua costola, qualcosa di imperituro che per sempre avrebbe avuto come prioritari gli scopi ereditati da Don Marino, aprirsi ai e per i giovani. Nel ’92/’93 giocammo con Bosi allenatore e sponsor principali Latte Virgilio e Icip; nel ’93/’94 stessi sponsor, Livio allenatore con aiuto Giuseppe Baroni. Alla fine della stagione lasciò e si trasferì altrove. La sua partenza fu un duro colpo, perché era uno di noi. Nel 94/95 ci fu un nuovo sponsor e questa volta l’aiuto ci arrivò dalla nostra amica Luigina Malcisi; lei e la Claudia Sacchi ci indirizzarono alla Nuova Scat dove trovammo il signor Carlo Giomo. La Nuova Scat, cooperativa di produzione lavoro e servizi, cercò in tutti modi tramite il signor Giomo di fare bella figura, ci assumevamo una responsabilità nuova, fare della pubblicità a dei lavoratori e che lavoratori! Il signor Giomo fu molto esigente, si impegnò al massimo anche con i suoi colleghi. Tutti brave persone. Noi cercammo di ripagarle nel migliore dei modi: ottenemmo divise nuove, una grande presentazione a Villa Schiarino, con una squadra rinnovata, un allenatore nuovo, Alberto Grassi, e nuovo anche il suo vice, Enrico Morelli, entrambi del nostro vivaio. Di Alberto abbiamo già parlato, di Enrico vorremmo sottolineare che si affacciava alla ribalta della prima squadra per la prima volta dopo anni di grande lavoro nelle giovanili, sia femminili che maschili, quindi dopo avere fatto una lunga “gavetta” ci era sembrato pronto per un salto di qualità e per nuove responsabilità.
Enrico, con suo fratello gemello Paolo, sono due colonne del nostro gruppo. Paolo anche lui un grande, sempre pronto a lavorare, ha retto i lavori in Fondazione come unico caposquadra, dava la sveglia a tutti; mediatore instancabile, istruttore delle giovanili che diventò sempre più bravo, un altro della stirpe. Bravo! Con Grassi collaborò anche Giuseppe Baroni un altro della stirpe, anche lui sempre sul campo operando con giovanili o prime squadre, una grande esperienza ed un bagaglio tecnico da fare invidia. Con la Nuova Scat siamo rimasti fino al 1996. Dal 1994/95 in C2 e fino al 1997/98 come Basket Bancole Burro Virgilio. Nel 1998/99, disputammo il campionato di serie D ed Enrico Morelli, il grande Hanry, divenne l’Head coach, un sogno che diventava realtà ed egli si dimostrò veramente bravo, all’altezza del compito che gli era stato affidato, oltre le aspettative. Suo secondo fu allora un altro grande del B.B. Andrea Salvatori che solo gli infortuni, gli studi e in seguito il suo lavoro di psicologo, lo portarono lontano dal basket e da noi. Nel 2000/01 in serie D ci fu un pool di sponsor:
Copelli Assicurazioni, Consorzio latterie, Banca di Credito Cooperativo di Casalromano e Bozzolo (in seguito Mantovabanca 1986), Comes Costruzioni, Pioggia Carnevali. L’allenatore rimase sempre il grande Hanry, coadiuvato da Stefano Trazzi. Quest’ultimo, ha rappresentato per noi il ritorno del figliol prodigo, da Mantova dove giocava. Rimase con Enrico per due anni a fare gavetta. Nel 2002/03, Enrico però sentì il bisogno di fare una pausa ed ecco che Stefano fu pronto a diventare primo allenatore. A tanti sembrò un azzardo, ma i fatti diedero ragione a chi aveva visto in lui il futuro. Certo le cose per funzionare ebbero bisogno di un po’ di tempo e di calma, ma Stefano, dotato di una grande volontà, si mise ben presto sulla buona strada. Suo aiuto fu Davide Siliprandi, Sili da tantissimi anni, proveniente dal nostro vivaio, con tanta esperienza alle spalle. Sili è una macchina sempre in movimento, dà sempre tutto di sé: è rimasto mentalmente ancora un giocatore, in mezzo ai giovani vive benissimo, sono certo che acquisirà la mentalità giusta per essere un buon allenatore. Gli sponsor sono Copelli, il Consorzio Latterie e tutto il gruppo al quale si è aggiunto la Biofin del dott. Riccardo Manfredini che per genialità non finirà mai di stupirci! Attualmente la squadra ammiraglia si trova al primo posto in classifica del suo girone. Con i due coach ci sono i dirigenti accompagnatori, Corrado, Livio Parise, Lino Fornasari, Cimino, Giorgio Cambi e Matteo Malagola. Il Lino è con noi da una vita, attivo e pronto, di grande umanità e doti organizzative. Giorgio Cambi, il nostro vice presidente esecutivo, ha fatto tante esperienze nelle giovanili prima di approdare con pieno merito nella prima squadra. Personifica perfettamente i deliberati del Consiglio di Amministrazione relativi al suo mandato di vicepresidente esecutivo (prima squadra). Matteo è il giovane del gruppo, ex giocatore di grandi possibilità fermato solo da seri infortuni e si sta applicando con grande volontà e dedizione. Vorremmo che fosse il continuatore della stirpe! In questi ultimi anni avemmo modo di conoscere e collaborare con una squisita persona, il signor Claudio Dall’Oca, presidente del Mantova Basket, con il quale iniziammo ad abbozzare l’ipotesi di formazione di un’unica grande prima squadra; il tema era molto delicato perché toccava dinamiche varie, tuttavia anche se non divenne operativo, è rimasta aperta questa collaborazione, con alcuni suoi atleti che attualmente danno prestigio alla nostra compagine. Siamo dunque grati a questa persona, tanto sensibile e signorile che ci consente un dialogo continuativo su tematiche comuni di grande valore sociale. Ci sia consentito anche un riconoscimento ad altri personaggi come Attilio Patuzzo, Bruno Martinato, Giordano Spagna, Maurizio Pezzali, Luca Albertin, Menegolli Enzo, dirigenti che giorno per giorno, con notevoli sacrifici in termini di tempo, seguono i nostri ragazzi nelle squadre giovanili, completando e chiudendo quel cerchio ideale che forma il grande contenitore di valore per le nostre giovanili. Sono personaggi, nel vero senso della parola, insostituibili!
Naturalmente le nostre attenzioni si rivolsero anche alla situazione femminile ed appositamente apriamo una finestra per sottolinearne meglio le peculiarità. Negli anni cinquanta infatti, da dove siamo partiti, le femmine, almeno nella nostra zona, allora un paesotto di pochi abitanti, non si affacciavano allo sport se non forse a scuola. Tuttavia, forti del movimento maschile che si era creato e forse grazie al famoso “ombrello protettivo” della parrocchia, riuscimmo ad avere credito e fiducia fino a divenire punto di riferimento credibile e serio anche per le ragazzine e per le loro rispettive famiglie. Riuscimmo così ad accogliere tra le nostre fila dapprima le figlie o le parenti dei dirigenti stessi o di chi già ci conosceva personalmente, poi via via, in un crescendo, arrivarono anche le amiche, le amiche delle amiche, le amiche delle amiche delle amiche… e così via. Negli anni ’69/’70 con Riccardo Manfredini, coadiuvato da Fabio Volpi e Paolo Rapetta, iniziò proprio la prima esperienza di Basket femminile. Le ragazze di allora che potremmo senza smentita definire le nostre pioniere o battistrada, erano: Luisa Adami, Daniela Gaioni, Eleonora Gaioni, Clara Ligabue, Anna Manfredini, Emanuela Bonato, Alfrida Mossini, Stefania Bosi. Parteciparono ai Giochi della Gioventù, ai tornei e ai campionati CSI per due o tre anni, poi per motivi vari smisero e di questo gruppo solo la Luisa Adami rimase con noi per tanti altri anni ancora. Nel frattempo, nel palazzetto procedeva, attraverso il minibasket, l’attività giovanile, per cui nel marzo del 1977 ci fu il debutto di una squadra femminile. Per diversi anni l’attività femminile del Basket Bancole si concentrò sul lavoro di questa compagine targata My Sport e formata da: Lucia Bevilacqua, Monica Buoli, Elisa Chiozzi, Monica Franciosi, Stefania Guerra, Bruna Matoti, M. Mattioli, Alessandra Morelli, Pia Piccione, Vittoria Piccione, Cristina Prandini, Luisa Rasini, Silvia Turina, Giuliana Zanca, Mara Zanca. Il loro allenatore fu Massimo Tosini e dirigente la Carmen Ferroni. Tante durante il percorso smisero, ma quelle che rimasero come la Lucia Bevilacqua, la Stefania Guerra, la Cristina Prandini, l’Alessandra Morelli e la Mara Zanca, costituirono l’ossatura delle nostre squadre per diversi anni.
Ad esse si aggiunsero in seguito la Marika Tonini, la Simona Soliani, la Giorgia Negrini, la Monica Franciosi, la Samantha Negrini, le sorelle Francesca e Tiziana Fusaro, l’Alessandra Boninsegna, la Maria Grazia Palmieri, la Monica Galesi, l’Alessandra De Santi, l’Elisa Manzoli, la Diana Zanardi, la Cristina Olivari. Molte di queste ragazze, smessi i panni da atleta ma forti di esperienza ed entusiasmo, si inserirono come consiglieri nel Basket Bancole, assumendo incarichi delicati e sempre all’adrenalina, altre diventarono valide allenatrici. Divennero comunque parte di quel folto gruppo di giovani che contribuirono con i loro sforzi e con le loro idee innovative e per certi versi rivoluzionarie, ad allargare e qualificare il nostro ambiente. Mi sento in dovere di spendere una parola per alcune di loro che a vario titolo si sono impegnate nella crescita del nostro gruppo e non solo, sottolinenando anche qualche passo saliente della loro vita a dimostrazione che lo sport bene si concilia anche con studio o lavoro. La Morelli divenne insegnante di educazione fisica, istruttrice minibasket e allenò anche la squadra Promozione oltre che le giovanili; fu senz’altro una persona che con grandi sacrifici, ma notevole forza di volontà, onorò non solo gli impegni assunti, ma li caratterizzò con la forte personalità. La Maria Grazia Palmieri arrivò da Mantova carica di aspettative e con una grinta da vendere; nel gruppo a livello tecnico fece di tutto: è stata grande giocatrice, diplomatasi Isef, si è rivelata una delle migliori istruttrici di minibasket viste all’opera, è stata una allenatrice carismatica, ha proprio materialmente lavorato moltissimo nelle fasi di ristrutturazione della Fondazione: brava! La Monica Buoli, fu dirigente accompagnatrice di diverse compagini e si occupò inoltre di scrivere gli articoli sul settore femminile per la Gazzetta di Mantova e per il giornalino della società. La Monica Franciosi, diede il suo contributo come dirigente per anni in varie formazioni dimostrando sempre impegno e determinazione e diventando indissolubilmente una della nostra grande famiglia, così come la Carmen Ferroni, un punto fermo ed energica guida del settore femminile per lungo tempo! La Bruna Matoti, dopo essere stata dirigente di diverse squadre e responsabile del settore femminile, una volta laureatasi in legge è divenuta consigliere della Fondazione Don Marino Cani assumendo l’incarico di responsabile del settore ecologia e ambiente e dei relativi corsi di educazione ambientale attivati nelle scuole del nostro comune. La Giorgia Negrini, diventata medico ginecologo, da sempre collabora con il Basket Bancole, che considera la sua seconda famiglia, nonché con la Fondazione, aiutando professionalmente chiunque abbia bisogno. Pensando alle atlete invece, vorrei citare prima fra tutte la Mara Zanca, una delle più famose e longeve in termini di presenze in campo, con una smisurata passione per il gioco del basket ed un carisma tali da coordinare lo spogliatoio, come si dice nel gergo. Sicuramente è stata un pezzo da novanta! Degne di nota anche la Fusaro Francesca, per anni colonna portante delle nostre squadre, instancabile e di grandissima volontà, la Lucia Bevilacqua grande combattente e giocatrice, l’Alessandra Boninsegna, detta Boni, sempre simpaticissima e vera madrina dello spogliatoio, e poi, fuori e dentro lo spogliatoio ricordi di gioie, ansie, soddisfazioni, emozioni suddivise fra le varie Stefania Guerra, Maria Cristina Prandini, Marika Tonini, Simona Soliani, Samantha Negrini… e ancora Simona Bedori, Monica Carli, Daniela Baracca, Alessandra Brunoni, Cinzia Delfini, Marilena Rapetta, Annamaria Bonora, Maria Cristina Bonora. Più tardi si fece largo con grinta la seconda grande generazione con la Cristina Olivari: difficile dimenticarsi di una simile lottatrice, forse non ha mai perso una palla trattenuta anche con gente più forte di lei e se non vado errato, qualche sua palla trattenuta e vinta nel successivo rimbalzo, ci ha fatto vincere qualche incontro importante, l’Elisa Manzoli, la passione per il gioco allo stato puro, sposò tante cause e quanto per esse si diede da fare! E’ stata sempre brillantissima, nello sport come negli studi, brillantemente laureatasi in medicina veterinaria. E per concludere la Alessandra De Santi, il nostro fiore all’occhiello, come atleta e come persona, si è laureata in economia e commercio, mai una parola fuori posto, mai sopra le righe, un esempio!
Nel 1980 una nostra squadra femminile giovanile per due anni iniziò quella corsa che, anche se a fasi alterne, continua tuttora. La squadra, inizialmente targata “My Sport”, aveva come allenatori Fabio Grespi e Dario Masenelli e come dirigenti Edgardo Buoli e la Carmen Ferroni. In questa corsa si alternarono diverse figure di allenatori, dirigenti atlete, cambiarono anche gli sponsor, perciò seguiamo cronologicamente le tappe del loro percorso.
1981/82: “Arredamenti Stellini”: allenatore Fabio Grespi e dirigente Carmen Ferroni.
1982/83 e 1983/84: “Arredamenti Stellini”, campionato Promozione, allenatore Dario Masenelli e dirigente Antonella Grassi, bravissima in tutto il suo darsi da fare per diversi anni, degna sorella di Alberto.
1984/85: “Arredamenti Stellini”, campionato Promozione, allenatori Nadia Dalzini ed Enrico Morelli e dirigente Monica Franciosi. Il 21 maggio 1985 si ottenne la promozione in serie C .
1985/86: in serie C sponsorizzati “SO.GE.IM.”, su segnalazione di Remo Pezzali, dei fratelli Scacchetti e del geometra Martinotti, allenatore Dario Masenelli. Si retrocedette in promozione.
1986/87: Sponsor “SO.GE.IM”, campionato Promozione, allenatore Masenelli, dirigenti Monica Buoli e Bruna Matoti. Il 18 maggio dell’87 a Gallarate ottenemmo nuovamente la Promozione in serie C e in questa vittoria ebbe grande parte anche l’arrivo da Sustinente delle giocatrici Nicoletta Regattieri e Claudia Sacchi con l’allenatore Luca Molinari. La Nicoletta si rivelò ben presto una macchina da canestri, micidiale nei contrasti, con una grinta da fare paura ed una carica agonistica trascinante! La Claudia invece evidenziò un gioco dai movimenti più raffinati ma tatticamente efficace; subì però diversi infortuni, per cui dopo vari anni da atleta, diventò dirigente, poi passò alla Fondazione Don Cani, dove tuttora ricopre l’incarico di amministratore unico con ottimi risultati, sia dal punto dal punto di vista delle competenze sia come persona fuori dal comune. Luca, fino a quel tempo allenatore, in seguito divenne segretario del Basket Bancole, con ottimi risultati, ma i suoi contributi migliori li diede come amministratore unico, capace ed oculato. Luca sa essere infatti un buon concorrente a chiunque tenga al risparmio. Lui è molto abile a risparmiare più di tutti gli altri, perciò è per noi un uomo indispensabile, poiché al di là delle idee e dei progetti, sussiste sempre per ogni scelta il fattore economico.
1987/88: “SO.GE.IM”, serie C, allenatore Livio Bosi; si retrocede, onestamente va ricordato un numero imprecisato di infortuni, ma comunque elevato per le richieste agonistiche del campionato.
1988/89: “SO.GE.IM”, campionato di Promozione, allenatore Fabio Grespi, dirigente del settore femminile Renato Caravati, dirigenti accompagnatori Livio Parise e Nicoletta Zaghini.
1989/90: subentra un nuovo sponsor, “ASSIFIN” di Giuliano Copelli, un grande amico da sempre. Campionato di promozione, allenatore Fabio Grespi.
1990/91: “ASSIFIN”, allenatrice Alessandra Morelli.
1991/92: “ASSIFIN”, allenatrice Maria Grazia Palmieri.
1992/93: “ASSIFIN”, allenatrice Maria Grazia Palmieri, campionato Promozione.
1993/94: nuovo sponsor “Pizzeria La Lanterna di Marmirolo”, campionato Promozione, allenatore torna la Nadia Dalzini con l’aiuto di Paolo De Stefani.
1994/95: “Pizzeria La Lanterna di Marmirolo”,
campionato Promozione, allenatrice Nadia Dalzini.
1995/96: la “TRE ELLE” che non ci aveva mai lasciati, sponsorizza la I° squadra femminile, allenatrice Nadia Dalzini. Promozione in serie C: e sono due!
1996/97: cosponsor “Tre Elle e Nuova Scat”, campionato di serie C, allenatrice Nadia Dalzini.
1997/98: “Tre Elle e Nuova Scat”, campionato di serie C, allenatore Dario Masenelli, aiuto il prof. Giampietro Corridori e Dirigenti settore femminile Dino Zanca. Grande organizzazione, un buonissimo lavoro dei due allenatori e fatto storico per la nostra società c’è la promozione alla serie B. Si fece naturalmente una grande festa con gli sponsor nella sede della Fondazione. La formazione vincente, è il caso di ricordarlo, era costituita da: Francesca Rossini, Cecilia Sartori, Giuliana Facotti, Moira Avesani, Elena Cristini, Francesca Dotto, Rossana Dall’acqua, Alessandra De Santi, Mara Zanca, Sara Donghi, Cristiana Beghini, Valentina Beghini, Desy Prendin.
1998/99: “Nuova Scat”, campionato di serie B, allenatore Masenelli, sfugge per un soffio la pool di A.
1999/2000: “Nuova Scat”, campionato B, allenatore Giuseppe Baroni.
2000/2001: nuovo sponsor “Sogea Metalli”, campionato cadette allenatrice Federica Cestari.
2001/2002: “Sogea Metalli”, campionato Promozione, allenatrice Federica Cestari.
2002/2003: “Basket Bancole”, campionato Cadette, allenatrice Federica Cestari.
2003/2004: “Basket Bancole”, campionato cadette juniores, allenatore Silvano Bertasi.
In questi ultimi anni nel settore femminile si deve rilevare l’ingresso di nuovi dirigenti, forze di giovani e di meno giovani che hanno desiderato dedicare il loro tempo e le loro risorse per queste nostre ragazze, come il responsabile del settore Antonio Bari e i dirigenti Andrew Russo, Oscar le Rose e Marcello Pezzulla; nuovo anche l’allenatore, Silvano Bertasi, veramente ok. Il loro ingresso ci riempie di orgoglio e soddisfazione perché ci rassicura e conferma nel nostro impegno nel dare continuità al settore attraverso persone con forti stimoli e motivazioni altruistiche. L’ampio resoconto si conclude qui, forse potrà sembrare un’autocelebrazione, per alcuni forse troppo minuzioso, ma comunque resto del parere che non avrei potuto eliminare ulteriormente altri dettagli, era tutto troppo parte di me, non nostro impegno di dare continuità al settore avrei potuto né saputo stringere avvenimenti o passaggi senza avere la sensazione di fare torto a qualcuno o forse, più precisamente di fare torto ai fatti stessi, perché il Basket Bancole, nel bene e nelle difficoltà, è storia, storia delle nostre vite e di quelle di tanti ragazzi e ragazze che hanno con noi vissuto questa porzione di tempo. Sono quelle riportate, delle memorie storiche personali, per le quali ho cercato di essere il più documentato possibile, ricorrendo, per completare la mia banca dati, non solo ai miei appunti, ma anche alle testimonianze di diversi amici, agli scritti di Don Salvato e al nostro ampio archivio stampa. Con ogni probabilità, purtroppo, qualche protagonista o episodio mi sarà involontariamente sfuggito e per questo mi scuso da subito, anzi, rendendomi pronto ad accogliere e a recuperare qualsiasi dato utile a ricostruire momenti della nostra storia. Con le mie note ho voluto sostanzialmente ricordare e, se possibile, tramandare, dei valori che ci sono stati trasmessi “come respiro per la vita” da un prete pel e os fuori, ma gigante dentro. Ho voluto sicuramente rimarcare episodi salienti, ma soprattutto insistere sull’organizzazione ed i suoi componenti, per dimostrare che cooperando con impegno costante ispirato a valori profondi, i giovani possono essere effettivamente aiutati nel loro delicato e talvolta difficile percorso di vita, assimilando in un sano contesto dei principi che vanno ben oltre la pratica sportiva.
Cinquant’anni di attività rappresentano per chi ci è sempre stato dentro, quasi una vita, e intimamente sento che avrebbero richiesto per la loro intrinseca significatività spazi scritti ben più consistenti, ma sono altresì fiducioso che i fatti nel tempo racconteranno per noi anche il non detto. Un affettuoso buon proseguimento a tutti e… per il Basket Bancole: HIP HIP HURRA’, HIP HIP HURRA’, HIP HIP HURRA’!!… e sempre evviva il Basket Bancole!

 

 

 

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